Inter-Barcellona 3-1, la partita dei sogni

Cinque anni fa, giusto oggi 22 maggio, la storia scelse una squadra italiana per renderla unica. Quella squadra era l’Inter allenata da Josè Mourinho e la missione era quella di essere la prima squadra dello stivale a centrare il Triplete (campionato, coppa nazionale e Champions). Un traguardo, quello della coppa dalle grandi orecchie, lontano 45 anni. Un percorso accidentato fino all’epilogo felice di Madrid arrivato attraverso la vittoria nella fredda notte di Kiev, con rimonta negli ultimi 5 minuti, e il passaggio del turno come seconda (girone con Barcellona che battè nettamente i nerazzurri al Nou Camp per pareggiare comodamente a San Siro per 0-0 e Rubin Kazan). Negli ottavi la sfida ai campioni di Inghilterra del Chelsea e nei quarti quelli russi del Cska. In semifinale ecco la squadra definita da tutti la più forte del mondo reduce dal suo triplete. E’ il 20 aprile del 2010.

Il mio personale “Io c’ero…” comincia pochi giorni prima quando decido insieme ad Antonio, il mio papà interista fino al midollo e anche più, di andare a vedere la partita delle partite perché ipse dixit “se passiamo noi vinciamo la coppa, anzi sai che ti dico vinciamo 3-1 a San Siro”. Sensazione? Amore? Preveggenza? Difficile dirlo. Il tifoso, il malato, ha ragioni che nemmeno il cuore conosce. E così si decide: si prenota aereo per Milano e due biglietti per San Siro come altri 150mila interisti. Ci affidiamo ad amici e cugini (quelli di famiglia, non certo i milanisti) per trovare i preziosi tagliandi. Missione compiuta: i biglietti ci sono. Ma Eyjafjallajökull (è il nome di un impronunciabile vulcano islandese) decide che deve eruttare e la sua attività manda i voli di tutta Europa (Italia compresa) nel caos. E mo? Si rimanda? Con la macchina sono troppi chilometri dalla Campania. Mio padre perde un po’ di coraggio: troppo complicato, magari andiamo in finale. Alla mia frase “andiamo con la macchina, facciamo a turno” prima tentenna, poi l’Inter fa il resto. Si parte, destinazione Milano. In testa i miei pensieri si rincorrono: “Mai vista una partita del genere. Ce la faremo? Porteremo fortuna? Andrà tutto bene?”. Insomma il manuale dell’imperfetto tifoso applicabile in tutto il mondo del calcio conosciuto. Ma la frase che più di tutte da sempre mi ronza in testa è una letta in un libro di Beppe Severgnini, interista doc:“Quando succederà, sarà bellissimo”. Sembra il lieto fine perfetto ma la scaramanzia fa il suo corso e il pensiero resta ben chiuso nel cassetto dei cassetti.

Si parte e si parla solo di Inter: formazione, stato di forma, allenatore, pubblico, il ritorno a San Siro insieme dopo tanti anni. Dall’altra parte d’Europa anche il Barcellona sceglie il bus per arrivare a Milano causa vulcano. Arriviamo a destinazione e a tavola si mangia pane e Inter, secondo e Inter. Ecco il biglietto della sfida delle sfide: in molti sono scettici ma al cuore del tifoso non si comanda, quello si abbatte ma ci crede sempre anche contro i marziani. Il giorno della partita è arrivato: compriamo i giornali per vedere la formazione, se siamo d’accordo con mister Mou e se le sensazioni sono giuste. Attorno a noi un caldo quasi insolito per Milano, un sole che riscalda la città e infiamma il cuore di chi vuole un’impresa perché è li. L’ansia storica del mio papà per trovare un posto buono allo stadio, un posto decente per la macchina corrode tutto. Dobbiamo andare e partiamo prestissimo: troviamo il posto auto lontanissimo da San Siro ma la voglia della semifinale è più forte di tutto. Cappello e sciarpa di ordinanza per uniformarsi alla folla e sentirsi una parte di quella macchia nerazzurra, di quell’insieme di cuori che pensano tutti alla stessa cosa. Non siamo soli, incontriamo amici del nostro paese che sono in altro settore. Abbracci, baci e pronostici. Mio padre continua a dire a tutti: “Vinciamo 3-1”. Sensazione? Amore? Preveggenza? Difficile dirlo. Ma lui è sempre convinto. I cancelli sono ancora chiusi (aprono alle 18) ma il popolo è ai piedi del tempio in attesa della sua apertura. Biglietti non ce ne sono più e la scritta stadio esaurito (come i tifosi) è ben evidenziata sui display dei cancelli anche se qualcuno cerca di piazzare a 200 euro il tagliando giusto. (E’ una follia, ma sapendo quello che è successo lo avrei comprato). Poco prima delle 18 i gate si aprono e i tifosi entrano, chi sotto chi sopra, nella Scala del calcio. Tutti corrono per vedere il prato (manco fosse la prima volta), per vedere in che condizioni è. Tutti al cellulare per raccontare a chi non c’è, com’è. Esserci è bellissimo. Poi sarà unico. Nella memoria di ciascuno. Il sole tarda a tramontare e i suoi raggi fendono alcune aperture dello stadio con un gioco di colori superbo, il manto erboso tirato a lucido aspetta la serata che verrà. L’ansia non era solo di mio padre ma di almeno 25mila persone che iniziano a macchiare di nerazzurro gli spalti: si fanno foto, si legge per la miliardesima volta il giornale e si riparla della formazione. Ora si parla anche dell’incubo Ibra, un tempo l’idolo della Nord e non solo, l’uomo che non vince mai la Champions ma che potrebbe vincerla proprio adesso che è andato via per Samuel Eto’o, l’uomo nero venuto dal Barcellona in cambio dello svedese e un pacco di milioni, l’uomo che ha vinto la Champions a Roma e ha vinto un anno prima il triplete.

Il tempo passa lentamente come quelle partite in cui lo stesso minuto si ripete all’infinito, poi qualcuno arriva. Brusio, mezzo boato ma sono solo i giornalisti di Sky. Dei giocatori nessuna traccia, ma le formiche stanno riempiendo tutto il formicaio: i vuoti sono sempre più radi, l’adrenalina taglia a fette tutto anche l’ansia da tifoso che dimentica tutto appuntamenti, telefonate e che mangia un panino con la mortadella come se fosse in un ristorante stellato, anche se poi lo digerisce come se fosse uno pneumatico di un tir che ha percorso 1000 chilometri, tutto su quella seggiola che sembra un trono. Dal campo i primi segnali: arrivano i ragazzi che portano la stella della Champions che avvolge il centrocampo che segnerà l’inizio e la fine di una sfida. Mio padre guarda senza leggere la Gazzetta e inizia a fare amicizia con tifosi di Bitonto, Firenze, Lucca, Palermo, Udine. Una geografia degli sguardi e di cuori nerazzurri. Persone mai viste prima ma conosciute da sempre. Amici di fede. Poi i primi striscioni, uno colpisce e diventa subito il preferito di mio padre: “Con il pullman siete arrivati e in Barca ve ne andate”. Gli piace, sorride: sembra perfetto per quel suo risultato che ha in mente da giorni. Il pomeriggio lascia il posto alla sera e lo stadio diventa un catino: il tabellone inizia a mettere le immagini e le statistiche delle due squadre. Le presenze, i gol. E leggi Puyol, Piquè, Alves, Xavi, Iniesta, Ibra, Messi guidati dal Pep. Marziani. La squadra più forte del mondo. E poi leggi il capitano Javier Zanetti, Julio Cesar, Maicon, Lucio, Thiago Motta, Cambiasso, Stankovic Sneijder, Eto’ò, Milito con Josè Mourinho. Mentre fai i tuoi paragoni, i tuoi confronti e immagini i duelli in campo le squadre entrano per il riscaldamento. L’ansia fa posto all’amore, i pensieri diventano certezze, la parola diventa tifo e 160mila occhi si riversano su quei 22 giocatori in mutande che muovono soldi, tv ma anche cuori e persone che sono venute in macchina (come me) fin quassù per una partita. E’ giusto per uno sport. Chisseneimporta: è semifinale di Champions, la partita più importante che ho mai visto da così vicino. Io ci sono. Sono lì mischiato tra quel popolo che ha un colore e un codice: quello nerazzurro. Quello basta. Lo speaker annuncia la squadra ospite: arrivano fischi di paura e non solo ma un attimo dopo è il turno dell’Inter e tutti ma proprio tutti completano col cognome del giocatore il nome di chi sta per scendere nell’arena. Il muro dei decibel è sfondato, si tifa e si urla.

La partita comincia: subito i commenti su formazione, avversari. I soliti tifosi. Aspettiamo. No, attacchiamo. Magari ripartiamo. Tutti Mou e tutti Guardiola. Al 19’ azione dell’ex Maxwell che passa a Pedro che tira e segna: il Barcellona è in vantaggio, Pep festeggia col pugno al cielo. Un pugno che arriva allo stomaco di tutti i presenti e di quelli che sono a casa. L’effetto Calimero si impossessa di ogni interista: “Perdiamo, ci asfaltano, troppo forti per noi”. Tranne per uno. Mio padre: “Visto? Finisce 3-1” Sensazione? Amore? Preveggenza? Difficile dirlo. Ma lui è sempre più convinto. Io un pochino meno anche perché il principe Milito (un po’ in ombra in quel periodo) finisce in fuorigioco e sbaglia un gol facile. I cattivi pensieri travolgono il cuore e la frase di Severgnini sembra essere solo quella di un libro. Dieci minuti dopo Diego rimette la corona e libera Sneijder che realizza il pareggio. E’ un tripudio di abbracci forti e di urla. L’Inter ha pareggiato: sembra poco, ma è tutto. Il Barca sembra ferito e l’inerzia della partita sembra aver preso la strada interista. Quella strada apparsa nella scenografia della Nord che dice Madrid andiamoci insieme. E’ solo 1-1 ma il tifoso sente e crede quello che vuole. Il primo tempo finisce così e tutti pensano al meglio. Samuel e Lucio hanno cancellato Ibra e Messi. Mio padre dice che tutto è possibile, il Barca non è invincibile. Inizia la ripresa e all’Inter viene il quarto d’ora: Maicon prima e Milito (in leggero fuorigioco dirà la tv ma non abbiamo visto né ci importa) portano l’Inter sul 3-1. Tre a uno. Sono le 22.04. Penso a una cosa: 3-1? Il risultato di papà? Ma dai. Intanto è così: il Barcellona ringhia, Ibra esce tra i fischi e insulti, e l’Inter torna pazza come la sua storia e il suo inno impongono. Sbanda paurosamente fino all’ultima curva ma una difesa stile Uruguay del Maracanazo resiste. La partita si chiude con mio padre che abbraccia i suoi nuovi fratelli senza voce con lui che aveva azzeccato il risultato da giorni. Nessuno ha la forza di lasciare quello stadio, ora un tempio. Un pezzo di leggenda in fieri. L’Inter è vicina a tutto ma non ha ancora vinto niente. Non succede, ma se succede. Un mese dopo alle 22,37 succede davvero: l’Inter campione d’Italia e vincitrice della coppa Italia batte il Bayern Monaco con una doppietta di Milito(il principe è ormai imperatore) e diventa campione d’Europa 45 anni dopo l’ultima volta. E la frase di Severgnini ora ha un senso. “Quando succederà sarà bellissimo”. Era un sogno, ora era vero. Tutto iniziato quella sera di Inter-Barcellona. Io c’ero. (maidirecalcio.com, 22 maggio 2015)

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