Nel giorno del silenzio elettorale (dopo la notte dei…piccoli coltelli e dei comizi “veri”) parlo io…

2013-05-24 13.35.05

La serata dei piccoli coltelli. I comizi finali nel salotto scomodo e rumoroso di piazza Mazzini hanno regalato un piccolo brivido (oltre all’umidità di questo pazzo maggio). Un teatro naturale che si è riempito un poco alla volta e come sempre in maniera lenta dove chi arriva per primo aspetta (e ringrazia) il primo che passa per attaccare bottone. In molti stanno attenti a non sbagliare comizio per evitare di confondersi con la lista nemica (mah…), con lo stratega di turno che conta i presenti sezionando per parentela, amicizia, lavoro, interesse perché la politica è quella che si fa a Roma. Nel paese che si sente tradito e ferito dai suoi rappresentanti che prendono il voto e scappano, nel paese del commissario che è presente più del sindaco, nel paese che ha perso la sua economia e troppe volte anche la faccia, quando arriva il periodo elettorale la speranza di cambiare, il retrogusto di poter decidere, il fascino di dover votare e farsi chiedere la preferenza fa sentire tutti più vivi. Ognuno può concedersi un attimo eterno di gloria e quella scheda diventa una catarsi. Arrivano i candidati e magicamente chi era nascosto appare come se fosse appena arrivato e si mette al posto di audizione: meglio sentire bene che qualcuno deve anche riferire le parole esatte del nemico. Per sorteggio comincia Giuseppe detto Peppe Tarantino (Uniti per Cicciano), il bruco diventato farfalla in una settimana di campagna elettorale: impacciato e balbettante 7 giorni fa, sicuro, sferzante e sardonico nei giorni successivi. La corazza dell’imbarazzo e dell’emozione è stata disintegrata dalla sua voglia di far bene e di aver capito appieno il suo ruolo. I suoi discorsi hanno cambiato mano e si vede… la timidezza spazzata via dalla simpatia e dall’affetto del suo popolo che si infiamma ai passaggi che gli amanti della zizzania ciccianese avrebbero voluto fin dall’inizio della campagna. L’ultima sera spazza via quella insopportabile e ipocrita tregua di fair play di inizio campagna e fa posto alla polemica, quella dura da elezioni, dove il nemico (non l’avversario) è il male assoluto da combattere, da vincere ad ogni costo pena il buio amministrativo che verrà. Tra principe del caos, volponi, bande e maestro senza bacchetta  il PeppeTarantinoshow si conclude con lo sdolcinato e sentito “Vi voglio bene”. Poi il travaso di popoli: arriva quello variopinto e festoso di Paese Futuro palloncini colorati, musica da disco, donne ballanti e sbandieranti. A tempo di record (5 minuti o poco più) le insegne di Tarantino fanno posto alle facce e ai simboli di Raffaele Arvonio accolto insieme ai suoi 16 candidati in piazza come un messia con la folla che si è divisa nel mar di Mazzini in due parti. Un tifo da stadio (fin troppo) per quella, che come raccontano dalla cabina di regia dell’ex sindaco, deve essere una festa e non la solita solfa del programma. Sul palco l’avvocato (non di ufficio) Nappi si (tra)veste da novello Sgarbi e distribuisce con la sua abile arte oratoria destri e sinistri a politici del passato, del presente e anche del futuro parlando di fine del rispetto politico. Parla, straparla e consuma minuti che bruciano gli interventi preparati di altri tre candidati che lasciano poi la parola a Raffaele a cui il discorso è stato allungato in fretta (e soprattutto furia) dopo le accuse di Tarantino. E’ come sempre emozionato ma le sue parole sono chiare e lo sfogo dell’ultima sera tradisce la voglia matta di non averlo potuto fare prima. Il sogno spezzato di “rappresentare il proprio popolo a 27 anni e interrotto dalle belve assetate di potere”. Sento e son desto?  Il fiume di parole si ingrossa quando parla di promesse di posti di lavoro, di programma copiato, di improvvisazione. Parla di una lista con tanti sindaci (Tarantino+4) sferrando diretti a professori della politica e dei settori chiave del comune. Il Raffaele che non ti aspetti, ma che la piazza avidamente bramava per caricare i cannoni elettorali della sfida. Si chiude con una ovazione prevista per “o’ guaglion” diventato grande. La musica va avanti per un po’ poi la macchina del “fanghino” si spegne lasciando sulla piazza parole, carte e polemiche mentre i candidati tornano nelle case (altrui) per il giro finale. E a chi dice che i comizi possono solo far perdere le elezioni possiamo dire che nessuno le ha perse. Ma non c’è ancora nessuno che le ha vinte.

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Un pensiero su “Nel giorno del silenzio elettorale (dopo la notte dei…piccoli coltelli e dei comizi “veri”) parlo io…

  1. sono stati bravi i due canditati a sindaco do un grande in bocca al lupo, in primis ai cittadini nei due il peggiore devono sceglire il migliore a voi cittadini.

    tommaso cavezza

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