Il Divo (Andreotti) e il giovane cronista

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Era un sabato afoso, afosissimo. E io ero emozionato, emozionatissimo. Alle prime armi, ai primi taccuini. A caccia del Presidente. Quello con la P maiuscola. Volevo far bella figura: avevo sognato di incontrarlo ma parlarci e chiedergli qualcosa a tu per tu mi faceva pensare a quando avrei avuto di fronte Giulio Andreotti, il divo, il sette volte premier, la leggenda vivente della Dc. Mi sforzavo di pensare a qualche domanda che lui non ritenesse troppo semplice, troppo banale. Volevo si interessasse  a quel giovane giornalista Davide che incontrava il gigante Golia Giulio, l’uomo dalla risposta pronta, bruciante e definitiva. Organizzai la mia giornata in maniera scrupolosa e feci tantissime telefonate per capire e cercare di anticipare i suoi movimenti per trovare un vantaggio, avere una possibilità di incontrarlo. I giornali “grandi” lo avevano già intervistato, ora toccava a me trovare un modo – senza accredito – per avvicinarmi. Giulio Andreotti era tra i premiati all’allora giovane Premio Cimitile (era alla sua quarta edizione, quest’anno festeggia la maggiore età) con la sua “Piccola Storia di Roma”, non proprio gli Annales di Tacito ma un saggio (con ricerche della figlia Serena) che scritto da lui ha avuto il suo perché. Lo avevo aspettato sotto il sole cocente all’ingresso delle Basiliche Paleocristiane di Cimitile e nel frattempo avevo già riempito metà del blocco con tante domande e con le cose che mi avevano raccontato del suo pranzo. Pensavo a come avrei scritto il pezzo, come avrei potuto avvicinarlo, quanto tempo mi avrebbe dedicato. Quando poi arrivò, il caldo (anche quello corporeo…) si fece più intenso e quello che avevo organizzato sparì in un attimo. Doveva essere una visita privata e divenne una passerella (scrissi anche nel pezzo del 2000…) di Andreotti accompagnato dalla moglie Livia gentile, affabile e sorridente e da molte persone che lo avevano saputo. Il Presidente con il suo caratteristico incedere, la sua morfologia fisica da vignetta, si fece rapire dalla storia e dalla magia senza tempo della tomba di San Felice, della basilica di San Tommaso, del primo campanile (forse) della cristianità. Il tempo passava e io lo seguivo in attesa dell’occasione per fargli le domande e intanto pensavo sono troppe… il tempo passa. Ma poi mi decisi a dirgli, con la presentazione dell’allora sindaco Pellegrino Provvisiero: “Presidente, sono un giornalista di “Cronache di Napoli”, posso farle una domanda?” Mi aspettavo un no, oppure che continuasse a fare la visita e in attesa che rispondesse mi avvolsi di cattivi pensieri e sul perché lo avevo disturbato e sul perché non avessi aspettato. Ma le nebulosa svanì in un attimo grazie alle uniche parole che volevo ascoltare: “Certo, non ci si nega a un giornalista”. E quel pessimismo diventò orgoglio; avevo scelto il momento giusto e ora avevo davanti la storia d’Italia (senza dietrologie).  Continuò a camminare ma il suo passo divenne lento fino a fermarsi per rispondere alle mie domande e si fece fare anche la foto con la mia vecchia “Polaroid” che scattava foto in bianco e nero. Pensavo che con me, giornalista di provincia e che lo ascoltava in televisione, fosse telegrafico, spiccio e che mi rispondesse per cortesia invece parlò e rispose a tutto. Da Mastella, alla Dc passando al suo libro e finendo con un commento sul complesso paleocristiano di Cimitile e sulla sua volontà di rivederle ancora. Lui andò via stringendomi la mano e dicendomi “buon lavoro”: cortesia certo, un gesto normale ma io l’ho visto e voluto vivere come la benedizione culturale di aver scelto la strada giusta, quella di voler raccontare il mio territorio, le mie cose attraverso le persone e con l’insegnamento implicito ma chiaro che sottrarsi a una domanda è sempre sbagliato e che chiedere è importante come rispondere. Un ricordo ancora vivido per aver incontrato e parlato con un’icona di carne, ossa e cartilagine. Nessun giudizio, quello lo farà la storia, questo è solo un ricordo. Quello del Presidente con la P maiuscola. E di un giovane cronista. Che un giorno si sono parlati.

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