Vade retro biblioteca…è proprio una libritudine

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Una biblioteca. Da Alessandria in poi, quando si parla di libri, tutto ruota(va) intorno a lei. E’ il luogo dello studio, del silenzio, di quell’odore di stantio frammisto a polvere, dove si scrive e si pensa e dove si crede di essere migliori di tutti. In mezzo alla storia, in mezzo agli autori, in mezzo a chi vuole imparare e a chi vuole erudirsi (parola tipica da biblioteca). Le immagini piene di scaffali alti fino al soffitto con la scala che si muove veloce per cercare il testo desiderato dove c’è la cosa giusta. E magari colpire con uno sguardo, un’osservazione, il modo di scrivere, la persona che ti sta vicino o di fronte. Non importa se uomo o donna, basta che sia affascinata dal (tuo) cervello. Un concetto che ci ha accompagnato per anni per mano e che ha lasciato le sale di letture, con l’avvento di Internet e degli smarthphone connessi h24, con un dito, diciamo pure una mano, di polvere. Di stelle e di ricordi. E’ il caso di dire che era un must per molti quello di andare in biblioteca a fare una semplice ricerca (oggi c’è Wikipedia), prendere in prestito un classico (ci sono a poco prezzo e si trovano ovunque), o il libro appena sfornato dall’autore del momento (ci sono gli ebook o mercati paralleli). Mentre il mondo è sempre più rock e giovane, la biblioteca della nostra memoria è lenta e vecchia. E così le nostre biblioteche, quelle di provincia, sono abbandonate (dove ci sono) al loro triste e solitario destino. Abbiamo visitato le biblioteche dei nostri comuni e dopo aver bocciato senza appello i beni culturali ci tocca fare altrettanto per questi luoghi deputati al sapere e alla conoscenza: trovi signori gentili, pieni di passione e di amore per i libri o per quello che fanno ma non basta se non per quella maledetta ricerca di qualcosa di positivo in ogni cosa e in ogni caso. Basta un sorriso e un buongiorno (ma anche sì) per essere quasi contenti, ma quando poi pensi che sei in questi posti per raccontare, informare, fotografare, indagare, i pensieri diventano diversi e si imbastardiscono ogni secondo che passa. Cicciano, Roccarainola, ancora Cicciano, Nola, San Paolo, Casamarciano, Saviano. Altri chilometri di asfalto macinati e chili di collera accumulata per quello che siamo diventati. Nel paese dei ristoranti (è bell o magnà) c’è un remoto angolo di cultura vicino all’ufficio postale con tanto di cartello (cosa che non c’è per i monumenti, ma tant’è) che ti porta in un piccolo corridoio che ti dà l’impressione dell’antro della sibilla cumana. Ma qui non c’è da fare e da attendere alcuna profezia ma da chiedere al cortese e affabile anfitrione come vive la biblioteca. Due scaffali rossi alle due estremità del muro con relative scalette pieni di libri (poco più di un migliaio) in ordine sparso (ma catalogato e timbrato) con un armadietto old style che contiene i testi migliori (quelli storici e una vecchia enciclopedia). Al centro un tavolaccio lungo con qualche sedia ricoperto da libri vecchi e nuovi per i bambini della scuola vicina. Nascosto in un angolo un mucchio di libri in disordine e impoveriti che aspettano di diventare fratelli di quelli sugli scaffali e di essere scelti come fanno i cuccioli senza padroni in cerca di una famiglia. Non c’è nessuno – eppure è mezzogiorno – a studiare e a leggere. E nessuno arriverà: la stima di circa 400 persone all’anno sembra più una scusa per fare bella figura che l’effettiva frequentazione della sala che non ha nemmeno la connessione internet. Che è un po’come fare i calcoli senza la calcolatrice: è sacrosanto, chi deve leggere lo deve fare sentendo l’odore della stampa, il fruscio delle pagine che vanno avanti e indietro. Anzi ci dovrebbe essere un cartello che invita a lasciare il telefono non fuori ma a casa. Incassato il primo magone si va a Cicciano, l’ex paese della pasta e del pomodoro (è bell o magnà): qui entri nel Centro delle Culture (che parolone…) e trovi ancora cortesia, disponibilità e forti dosi di competenza ma non basta. Non è giusto: 6500 libri appena (alcuni donati dalla Chiesa, altri quando ci sarà tempo di inventariare), nemmeno uno ad abitante. Anche qui dati che parlano di almeno 3 o 4 persone al giorno ma nessuna traccia di “esseri leggenti”: evidentemente è un orario sbagliato. Nel pomeriggio visita a Nola nella biblioteca Caliendo, dopo aver preso la polvere dei lavori perenni nel corso Tommaso Vitale: ci arrampichiamo sulle scale (come faranno i disabili?) ed entriamo nella migliore e più antica sala di lettura della zona (come anno di istituzione, 1925). Qualcosa di biblioteca effettivamente c’è: due persone che studiano. E ci sono anche tanti banchi (vuoti, non vi illudete) e tante sedie pronte a ricevere studiosi o curiosi. Il patrimonio (e non poteva essere altrimenti) è stimato in circa 23mila libri – anche qui nemmeno uno per abitante – con il jolly ancora da giocare della donazione Vecchione che arricchirà il parco libri della “Caliendo”. Ci sono più impiegati che lettori ed è tutto dire. Qui i numeri – ci dicono – parlano di 2500 visitatori all’anno: pochi, ma rispetto alle visite ai beni culturali della città potremmo anche utilizzare espressioni entusiasmanti. Il magone è al massimo. Troppa cultura per questo posto, verrebbe da dire, ma finché c’è vita c’è speranza (di visitare e leggere). Il giorno dopo è la volta della minuscola Liveri e della direttamente proporzionale biblioteca comunale. Solo per aprirla c’è voluta un‘ora e la “raccomandazione politica”: due scaffali in ferro con poco meno di 1000 testi messi qua e là mentre giù un gruppo di arzilli anziani si gode il primo vero sole di aprile giocando a tressette e a briscola o leggendo distrattamente il giornale (elemento assente nelle biblioteca fatta eccezione per quelli comprati dal custode e qualche pubblicazione omaggio). La missione nella “Civitas Mariae” è conclusa e si va verso San Paolo Bel Sito. Qui l’inesauribile sindaco Cafarelli lascia con garbo una riunione e alcune persone a fare anticamera per illustrare con dovizia e minuzia la biblioteca che verrà aperta all’interno della nuova villa comunale. Anche qui le intenzioni (i fatti stanno per essere consegnati) sono più che serie: due piani per ospitare la prima sala di lettura della storia del piccolo centro alle porte di Nola integrata da un laboratorio multimediale e persino da un caffè letterario. Mamma mia. Avercelo. Da lì tappa a Casamarciano dove tutto è (quasi) pronto per l’inaugurazione: sedie con il cellophane, scaffali pieni di testi attendono i lettori che verranno. Con un amarcord (personale): a chi intitolare la biblioteca? All’uomo che ha monopolizzato in positivo la cultura negli ultimi anni del paese di San Clemente: don Giovanni Basile, il sacerdote-professore-studioso-filosofo-scrittore che sorride dall’alto al pensiero. Non sarà morto da dieci anni, è vero, e la legge non lo prevede ma chissenefrega. Ultima tappa dell’inchiesta a Saviano dove per visitare la biblioteca Simonelli sono state necessarie telefonate e l’invito obbligato a passare nel pomeriggio (di mattina non si può, ci sono i bambini dell’asilo…). Qui incontriamo il signor Azzarino (un nome che evoca il paese veneto dove si rifugiarono i partigiani nel luglio del 1944, potere di internet) di età molto più vecchio di alcuni romanzi appena usciti ma in realtà con uno spirito che i giovani di oggi possono tranquillamente sognare: inizia a parlare e dal rubinetto dei ricordi esce e traspare tutto l’amore per questo posto: cosa si fa, quando si fa, come si fa. Qui anche il prestito si fa se Azzarino conosce la persona, altrimenti il libro resta consultabile in loco. Parla, parla, parla: ti fa vedere l’archivio cartaceo perché quello online è andato perduto (maledetti pc….) e ti viene voglia di prendere un libro a caso dagli scaffali per rendere ancora più brillanti gli occhi di una persona che vede questo posto lentamente morire e che lui cerca di salvare con la Proloco (che gestisce la sala) a tutti i costi con iniziative anche geniali come quello di aggiungere un capitolo ai libri che ognuno dei ragazzi leggeva. Racconta, racconta, racconta e quando finisce (perché dobbiamo andare) i suoi occhi si spengono come una candela bagnata dalla pioggia. Si riprende quando insieme al presidente Allocca ci dona due copie di un libro su Antonio Ciccone da Saviano senatore del Regno d’Italia e ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio del regno nel Governo Menabrea. “Se andate nei libri introvabili lo trovate, questo libro vale una fortuna” dice Azzarino. E lo nascondo, dopo la dedica, nella borsa. Anche qui, nel lungo (e piacevole) periodo, nessun “essere leggente”. Sarà una coincidenza. Ma non credo alle coincidenze. Oltre ad essere (paesi) dormitori e dormienti (cittadini) per tutto quello che ci circonda o che ci dovrebbe circondare, tutto si incancrenisce. Con la crisi imperante dovrebbe essere una manna avere una biblioteca per poter consultare, leggere, studiare e invece meglio avere un telefono di ultima generazione (fa niente che poi non si sa usare) o chattare su Facebook alla ricerca di link per stupire il/la ragazzo/a di turno. Niente: tutto resta melanconicamente vuoto e triste. Tutto tremendamente vero, tutto tremendamente triste.

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